Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/326

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314 ATTO PRIMO

Ma lui dal signor nostro a scriver si destina,

Ed io son destinato agli orti e alla cucina;
E pur, se nel far ridere stan tutti i pregi sui,
M" impegno che il buffone so fare al par di lui;
Anch’io so adoperare il pungolo e la sferza...
Lucano. Basta: due cose vane. Esponi ora la terza.
Damone. La terza importa meno: lo dissi, e lo ridico.
Lelio di fuor t’aspetta, di Terenzio l’amico.
Lucano. Lelio patrizio?
Damone.  Appunto.
Lucano.  Venga.
Damone.  La mia ragione...
Lucano. A te ragion, se tardi, farò con il bastone.
Damone. No, no, signor, sospendi l’usato complimento.
Disposto a nuove grazie col dorso non mi sento.
(Fortuna, fortunaccia, tu sei meco indiscreta;)
Ma voglio vendicarmi col comico poeta).
(da sè, indi parte)

SCENA II.

Lucano, poi Lelio.

Lucano. Sorte non cambia in seno degli uomini il costume;

Ciascun de’ propri affetti segue a talento il lume.
Due schiavi a un laccio stesso ridotti in servitute,
Uno l’invidia segue, e l’altro la virtute.
Lelio. A te pace, Lucano, diano i penati tuoi.
Lucano. Pace a Lelio e salute diano i penati suoi.
Lelio. Teco a gioir mi porta l’evento fortunato,
Che l’opre di Terenzio in Roma han riportato.
Nella punica guerra ei fu tua preda, e puoi
Gli applausi dello schiavo accogliere per tuoi.
La sua virtù lo rese grato alle genti note;
L’ama Scipione il giovane, dell’African nipote,