Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/342

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
330 ATTO SECONDO

Lisca. Venderla non conviene a chi ha gli erari aperti.

Donarla? Per tal dono si esigono altri merti.
Fabio. Vedrai, se tu lo rendi al libero suo stato,
Mostrarsi l’Africano al benefizio ingrato.
Lisca. Rari son que’ liberti che serbino la fede.
Lucano. Mel chiedono gli edili, Lelio, Scipion mel chiede.
Pende da lui soltanto libero andar, se ’l brama;
Il merto e la virtute stima Lucano ed ama.
Vogliano i dei del Lazio che ad un sol punto ei ceda,
Farò che di giustizia l’esempio in me si veda.
Onorerò sua fronte con fasto e con decoro,
Con cene, con trionfi, con profusione d’oro.
Conviterò il Senato, i patrizi, i clienti,
Prodigo in ciò spendendo le mine ed i talenti.
Fabio. Da tutti commendata fia l’opera famosa.
Lisca. Loderà ciascheduno la mano generosa.
Fabio. Con pompa e con decoro sciogli pur sue catene.
Lisca. Onora il tuo liberto coi pranzi e colle cene.
Lucano. Vanne ai curuli edili; sappian che ad essi io vengo, (a Fabio)
Fabio. Obbedisco. (Son pago, se profittare ottengo.
Abbia Terenzio pure di libertà il tesoro,
Se pascolo alla sete sperar posso dell’oro), (da sè, e parte)
Lucano. Lasciami solo, e torna all’ore vespertine. (a Lisca)
Lisca. Godrò l’ore oziose passar nelle cucine.
(Piacemi che Lucano i favor suoi dispense,
Quando de’ schiavi in grazia si accrescono le mense).
(da sè, e parte)

SCENA III.

Lucano, poi Damone.

Lucano. Olà. (chiama) Terenzio è tale, che per virtute ed uso

Non ha dal proprio seno il suo dovere escluso.
Conoscerà, lo spero, quel che a lui giova e lice;
Me non vorrà scontento per vivere infelice.
Olà. (torna a chiamare)