Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/344

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332 ATTO SECONDO


SCENA IV.

Lucano, poi Creusa.

Lucano. Manometter lo schiavo parmi il miglior consiglio;

Grato mi rendo a Roma, si evita il mio periglio.
Potrei costui, che forma finora il mio diletto,
Vittima, per vendetta, ridur del mio dispetto,
Che alfin merita, e suda, e acquista fama invano
Chi può, per sua sventura, spiacere ad un Romano;
E a noi de’ servi nostri in mano diè la sorte
L’arbitrio della vita, l’arbitrio della morte...
Ma con costei che or viene, dimessa nel sembiante,
Parlar vo’ da signore, nascondere l’amante.
E se giovar non vale pietà col cuore ingrato,
Faccia il rigor sue prove; rendalo umiliato.
Creusa. Eccomi a’ cenni tuoi.
Lucano.  Dove finor Creusa?
Creusa. Al ricamo.
Lucano.  Tu menti.
Creusa.  Mentir per me non s’usa.
Lucano. Usar non lo dovresti, ma sei greca mendace.
Creusa. Al signor non rispondo.
Lucano.  (Umiltà quanto piace!) (da sè)
Creusa. (Dei della patria mia, che anche sul Tebro ho in cuore,
Di Grecia a voi s’aspetta difendere l’onore). (da sè)
Lucano. Stavi al ricamo intenta! E che facea ’l tuo vago
Teco, allor che la tela passata era dall’ago?
Creusa. Signor, di chi favelli?
Lucano.  Non intendermi fingi.
Ma le pupille abbassi, ma di rossor ti tingi.
Creusa. (Ahimè! quali disastri minaccia la mia stella?) (da sè)
Lucano. (Ah, invan tento sdegnarmi in faccia alla mia bella), (da sè)
Creusa, ti sovviene chi tu sei, chi son io?
Creusa. Di te son io l’ancella, Lucano è il signor mio.

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