Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/352

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340 ATTO SECONDO

Livia.  T’aborre. (a Terenzio)

Terenzio.  Questo a lei lo domando.
(a Licia, accennando a Creusa)
Livia. All’inchiesta rispondi. (a Creusa)
Creusa.  Taccio per tuo comando. (a Livia)
Livia. Fissar le imposi gli occhi su quel disegno, e tace.
(a Terenzio)
Terenzio. Il suo tacer comprendo. Lo soffro, e mi do pace.
(a Livia, accennando Creusa)
Livia. Senti? di te non cura; ti lascia al tuo destino. (a Creusa)
Terenzio. (Livia conosco appieno. M’infingo, e l’indovino), (da sè)
Livia. Sposa non peneresti mirarla in altro laccio? (a Terenzio)
Terenzio. Non penerei.
Creusa.  Ma pure... (verso Terenzio)
Livia.  Or dei tacere. (a Creusa)
Creusa.  Taccio.
Terenzio. Per me, se il cor le avesse punto d’amore il dardo,
Almeno alle mie luci alzar dovrebbe il guardo.
Creusa de’ suoi sguardi Terenzio non fa degno.
Creusa. (Alza gli occhi verso Terenzio.)
Livia. Mira il quadro. (a Creusa, con isdegno)
Creusa.  (Crudele!)
(da sè, parlando di Terenzio; indi osserva il disegno)
Terenzio. (S’accosta a Creusa, osservando anch’egli la tela che tiene in mano.)
Livia.  Che ti par del disegno?
Creusa. A questo servo ingrato, che irrita il suo signore,
Vicine esser dovrebbono le verghe del littore.
Terenzio. Qual favola è codesta? (a Livia)
Livia.  Soggetto è d’un ricamo.
Terenzio. Posso vederlo?
Livia.  Il mira.
Terenzio.  (Taci, Creusa, io t’amo).
(piano a Creusa, mostrando di osservare il disegno)
Nuovo pensiere, e vago, (a Livia, accennando il disegno)