Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/367

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TERENZIO 355

Livia. (Non mi tradir, fortuna, or che mi mostri il viso;

Balzami il cuor nel seno pel giubilo improvviso).
(da sè, e parte)

SCENA X.

Lucano, por Terenzio.

Lucano. Terenzio se di Livia, se di Creusa è amante,

Amerà in una il grado, nell’altra il bel sembiante;
Della più vil non teme mostrare acceso il cuore;
Dell’altra non ardisce svelar l’occulto ardore.
Ma se sperar potesse aver nobil donzella,
Schiava non ardirebbe di preferire a quella.
E molto meno ardito esser può a quest’eccesso,
Di contrastar gli affetti al suo signore istesso.
Tal mi lusinga il cuore, tal la virtù m’affida,
Che all’opre di Terenzio fu ognor regola e guida.
Se nel timor persiste l’uom che per ciò più estimo,
Darogli animo io stesso, a parlar sarò il primo.
Terenzio. (Creusa a me s’asconde. La misera è in periglio.
Dissimular la pena parmi il miglior consiglio), (da sè)
Lucano. Terenzio, in tal momento ti rechi al mio cospetto,
Che dei pensieri miei tu stesso eri l’oggetto.
Consolomi1 che Roma giustizia al tuo talento
Reso abbia cogli onori, coll’oro e coll’argento.
Terenzio. Altro di mio non vanto che del tuo cuore il dono.
È tuo l’oro e l’argento, se di te schiavo io sono.
Lucano. Fra noi un cotal nome mandar puossi in oblio:
Servo non più, liberto sarai per amor mio.
Finor di tue fatiche a te donato ho il frutto,
Son tuoi gli ultimi acquisti, puoi disporre di tutto:
Mente, saper, consiglio ch’ogni poeta eccede,
Da me, da Roma esige amor, stima e mercede.

  1. Zatta: Consolati.