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368 ATTO QUARTO

Giunse il vecchio in Atene; cercò più di una fiata

Dove e da chi Creusa fosse in Attica nata,
Me ritrovando alfine misero e desolato,
Unico, tristo avanzo di stipite onorato.
Pensa qual io restassi pel giubilo improvviso,
Allor che di sua vita ebbi sicuro avviso;
Ma nell’udire, oh Dio! la misera in catene,
Non può chi non è padre intender le mie pene.
Partir col mercatante risolsi ad ogni patto,
Seco accordando il prezzo del premio e del riscatto.
Odi, se a’ danni miei potea la sorte ultrice
Unir maggior sciagure per rendermi infelice.
Dopo tre giorni il vecchio non resse al mar fremente,
Morì fra le mie braccia di funesto accidente;
Di riscattar Creusa persi con lui la spene,
Nel mar perduto ho il prezzo, perduto ogni mio bene.
Sol quest’unico scritto restommi a mio conforto:
L’obbligo di Lucano col mercatante morto,
Con cui render promette Creusa alle mie mani
Per duemila sesterzi. Ma i miei desir son vani.
Qua promette Lucano solo di darla a lui;
Negherà, se l’apprezza, di rinunziarla altrui.
E se mi manca il prezzo dovuto al suo riscatto,
Mancami l’una e l’altra forte ragion del patto.
Vedi ne’ casi miei, vedi fino a qual segno
Giugner può della sorte il fierissimo sdegno.
Terenzio. Mertan pietà i tuoi casi, la merta il tuo dolore,
Ma un altro di pietade stimolo i’ sento al cuore.
Questa che figlia chiami, che di tue cure è degna,
Sappilo, è l’amor mio. Sola in me vive e regna.
Sappi più ancor: Lucano per lei d’amore acceso,
Il cuore ha di Creusa finora a me conteso:
Ma non dispero al fianco aver lei che m’adora,
Se il cielo i miei disegni seconda ed avvalora.
Critone. Ma tu schiavo di Roma che far per lei pretendi?