Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/381

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TERENZIO 369

Terenzio. Me libero fra poco vedrai. Credilo; attendi.

Critone. Te pur da questo punto chiama Criton suo figlio.
Tu porgimi l’aita, tu recami consiglio.
Terenzio. Di’: l’estinto mercante era canuto?
Critone.  Egli era.
Terenzio. Lunga barba?
Critone.  Qual io.
Terenzio.  Era di faccia?
Critone.  Austera.
Terenzio. (Oh giusto ciel!) Di taglia er’ei quale sei tu?
Critone. Era di me più pingue, ma curvo un poco più.
Terenzio. (Smagrir si può. Si può curvar...) Ti disse1
D’essere stato amico di Lucan, finchè visse?
Critone. Al contrario. Narrommi averlo sol veduto
Il dì che il sangue mio gli ha sul campo venduto.
Terenzio. Il destin ci seconda.
Critone.  L’ebbi nemico ognora.
Terenzio. Prova a curvarti.
Critone.  Il sono.
Terenzio.  Curvati un poco ancora.
Critone. Comico, vuoi far scena di me vecchio infelice?
Terenzio. Sì, vo’ far di te scena. Scena che giova e lice.
Fingiti il mercatante a riscattar venuto
La greca schiava.
Critone.  E poi?
Terenzio.  Sarò teco in aiuto.
Critone. Poco è l’aiuto tuo per sostener l’inganno.
I duemila sesterzi?
Terenzio.  Non temer. Ci saranno.
Critone. Oh bontà degli Dei! Dov’è la mia Creusa?
Terenzio. Livia, di Lucan figlia, tienla al lavor rinchiusa.
Critone. Vederla almen potessi.
Terenzio.  Sì, la vedrai; s’attenda,
Che in breve in queste soglie Lucano a noi si renda.

  1. Così leggesi il verso in tutte le edizioni.