Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/444

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430 ATTO SECONDO

Targa.  Sì signor, manco male. (si ritira)

Torquato. A sè mi chiama il Duca; fa che l’udienza aspette;
Prima di me all’udienza il Cavaliere ammette.
Entro: mi guarda appena; poi, con severo ciglio,
Che di Ferrara io parta dar mi vuol per consiglio.
Consiglio d’un sovrano, comando è in caso tale.
Stelle! si vuol ch’io parta? Che mai fatto ho di male?
È ver che d’una colpa porto macchiato il cuore;
Ma noto esser non puote il mio segreto amore.
E al mio signor, se note fosser le mie catene,
Quella per cui sospiro, a lui non appartiene.
Ma a figurar ragioni perchè invan m’affatico?
Il cuor del mio sovrano sedotto ha il mio nemico.
Perfido! a’ tuoi disegni troncar saprò la strada:
Targa, Targa.
Targa.  Signore.
Torquato.  Portami la mia spada.
Targa. La spada?
Torquato.  Sì, fa presto.
Targa.  Ecco qui, siam da capo.
Torquato. Non mi stancar.
Targa.  Badate, torna a girarvi il capo.
Torquato. Misero me! La bile sento che mi divora.
Targa. Un bicchier d’acqua fresca.
Torquato.  Vattene alla malora.
Targa. Un po’ di sangue...
Torquato.  Indegno, vanne, ch’io non t’ammazzi.
Targa. Comincio a dubitare che i poeti sian pazzi. (parte)

SCENA II.

Torquato solo, poi Targa.

Torquato. No, fuor di me non sono; no, non è questa mia,

Che m’agita e m’accende, dichiarata follia.
Ma giugnere all’eccesso potrebbe a poco a poco,
Se a spegner io tardassi nel sen dell’ira il foco.