Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/487

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

TORQUATO TASSO 473

Ma ohimè, non sono, amico, padrone di me stesso.

Veggo il ben che m’offrite; goderlo io non son degno.
Tomio. Amigo, v’ho capio. Gh’è del mal in tel legno.
Torquato. Che di me sospettate?
Tomio.  No xe sospetto el mio.
Se innamorè, gramazzo. Sè zo, sè incocalio.
Torquato. Ah giusto ciel!
Tomio.  Mi donca posso andar?
Torquato.  Aspettate.
Tomio. Via resolveve, o andemo, o che mi vago.
Torquato.  Andate.

SCENA X.

Targa e detti.

Targa. Signor. (frettoloso)

Torquato.  Che nuova c’è?
Targa.  Nuova funesta, e ria.
Tomio. Cossa vuol dir?
Torquato.  Via, parla.
Targa.  Vi conviene andar via. (a Torquato)
Torquato. Come? perchè?
Tomio.  Conteme, cossa xe mai successo?
Targa. Del padron nelle stanze evvi del Duca un messo:
Ei v’aspetta, signore, e ho ordine di dirvi
Che in tempo di tre ore dobbiate dichiarirvi,
In certo madrigale qual sia la donna intesa,
O andar da questo stato dobbiate alla distesa.
Tomio. Se qua volè restar, sto amor convien scovrirlo.
Torquato. Non si sa, non si sappia. Morirò pria di dirlo.
Dov’è costui? (a Targa)
Targa.  V’aspetta.
Torquato.  Vattene via di qua.
Targa. Signor, badate bene che il cervello sen va.
Torquato. Ah temerario...