Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/491

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TORQUATO TASSO 477

Gherardo. (Vuole andar via, non vuole svelar l’occulto affetto).

D. Eleonora. Non è tiranno il Prence. Si sa quel ch’egli ha detto.
Vuol saper di Torquato quale la fiamma sia;
Basta, perchè restiate, troncar sua gelosia.
Gherardo. (Sentiam cosa risponde).
Marchesa.  Basta, perchè restiate,
Dir ch’è donna Eleonora quella che più stimate.
Gherardo. (Oh, la sarebbe bella!)
D. Eleonora.  Dirlo non può.
Torquato.  L’arcano
Dal labbro il mondo tutto cerca strapparmi invano.
Amo, egli è ver pur troppo: d’amar solo m’appago;
Son di mercede indegno, son di pietà non vago.
Par che non s’ami al mondo, che per goder soltanto;
D’amar senza speranza vuole Torquato il vanto;
E ricusando ancora d’amor sì strano il merto,
Delle mie fiamme al mondo serbo l’oggetto incerto.
Pietà desti il mio caso in chi l’ascolta e vede:
Serva d’esempio altrui l’onor mio, la mia fede;
E ognun che ha cuore in petto, pria che d’amor s’accenda,
A esaminar le fiamme, a paventarle apprenda.
Belle in man di Cupido sembrano le catene,
Veder non lascia un cieco quel che a noi non conviene;
E quando fra’ suoi lacci stretti siam del tiranno,
Allor di noi si ride, mostrandoci l’inganno.
Intendami chi puote: spiegano i detti miei
Ch’io tal bellezza adoro, che adorar non dovrei.
Ma tali e tante sono quelle del nobil sesso,
Che per se stessa ognuna può interpretar lo stesso.
Gherardo. (Torno ad esser dubbioso).
Marchesa.  Torquato, i vostri detti
Che spieghino non poco parmi gli occulti affetti.
Rimorso voi provate al vostro cuor fatale.
Donna Eleonora è moglie.
Gherardo.  (Affè, non dice male).