Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/497

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TORQUATO TASSO 483

Fazio. Famme chisso piacere, dimmelo, bene mio;

Commaneme; se pozzo, te serviraggio anch’io.
Cavaliere. Domine! quai smodate parolaccie ridicole!
Castronerie cotali mi scroscian nelle auricole.
Per carità, tacete. Starmi non posso al pivolo,
Udendo chi non bebbe l’acqua del tosco rivolo.
Fazio. Che mallora de tiermene? (a sior Tomio)
Tomio.  El parla sdruzzolato,
Perchè co una verigola1 i gh’ha sbusà el gargato.
Fazio. Dimme dov’è Torquato; no me tormenta chiù.
Me lo bo dire a me?
Cavaliere.  Siete caparbio.
Fazio.  Ahù!
(con esclamazione)

SCENA III.

Don Gherardo e detti.

Gherardo. Padroni stimatissimi, m’inchino a questo e a quello.

Che si fa, che si dice, che parlasi di bello?
Tomio. Se cerca de Torquato. Da vu saverlo spero:
All’ospeal xe vero che i l’abbia messo?
Gherardo.  È vero.
Tomio. Poverazzo! per cossa?
Gherardo.  Perch’è un po’ pazzarello;
Perchè diÈ qualche segno di debole cervello.
Tomio. Se ognun che ha cervel debole, s’avesse da serrar,
Un ospeal grandissimo bisogneria formar.
Fazio. E, fra li pazzarelli, de tutti lo sovrano
Saria chisso citrullo che chiacchiera toscano.
Cavaliere. Parlate con rispetto d’un uomo che s’annovera
Fra quei che della Crusca il frullone ricovera;
D’uno che del buon secolo seguace zelantissimo,

  1. Succhiello.