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498 ATTO QUINTO

O in grazia de Sorriento se el sia napolitan.

Intanto no ve lasso, vegno con vu anca mi.
Gherardo. Dunque il Tasso va a Roma? (a sior Tomio)
Torquato.  (Che seccatori) Sior sì.
Gherardo. È ver che andate a Roma? (a Torquato)
Torquato.  Tempo è ormai che tacciate.
Gherardo. Per che cosa va a Roma? (alla Marchesa)
Marchesa.  Nol so. (adirata)
Gherardo.  Non vi scaldate.
Parlo con civiltà, non rubo, ma domando.
(Tanto domanderò, che saprò come e quando).
Patrizio. Torquato, ho già fissata l’ora del partir mio;
Sollecitar vi piaccia.
Torquato.  Sì, con voi sono. Addio.
Addio, bella Eleonora, che foste un dì mia pena,
Che ognor sarete al cuore dolcissima catena.
Vado alla gloria incontro, mercè il consiglio vostro;
Per rendervi giustizia pien di valor mi mostro.
Ma, ohimè, che nel lasciarvi il piè vacilla, e l’alma
Perder a me minaccia... del suo valor la palma...
Sentomi al capo ascendere dal fondo, ohimè, del cuore,
Dell’ipocondria nera un solito vapore...
Ma no, passion si vinca, no, non si faccia un torto
Alla virtù di lei, che recami conforto.
Begli occhi, se partendo più non degg’io mirarvi...
(don Gherardo ascolta)
Uditemi, curioso, voglio alfin sodisfarvi.
Amo costei, la lascio per forza di virtù;
Parto col dubbio in seno di non vederla più.
Combattere finora sentii gloria ed amore;
Or la passione è vinta dai stimoli d’onore.
Imparate, ed impari chi n’ha d’uopo qual voi,
Alla virtù nel seno svelar gli affetti suoi:
Che alle passion nemiche campo facendo il petto,
Perdere arrischia l’uomo il senno e l’intelletto: