Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XIII.djvu/279

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LA DONNA STRAVAGANTE 273

SCENA VIII.

Don Rinaldo solo.

Entrisi dunque... Ah no, non mi convien di farlo.

Vietalo don Riccardo, nè devesi irritarlo.
In casa sua dovuto è a lui cotal rispetto.
Partir forza m’induce; soffrire a mio dispetto...
Livia parlommi in guisa, che a lusingarmi insegna.
Del foglio al zio svelato meco a ragion si sdegna.
E non poss’io gettarmi della sdegnata al piede?
Nè assicurarla io posso per or della mia fede?
E se dal zio domani fia chiusa in aspre mura,
Qual menerò mia vita miserabile e dura?
Per or partirmi io deggio, e al prossimo periglio
Qualche miglior rimedio suggerirà il consiglio. (parte)

SCENA IX.

Camera in casa di don Riccardo.

Don Riccardo e donna Rosa.

Riccardo. Figlia, allor che il vedrete il giovin cavaliere,

Crescerà a dismisura la gioia ed il piacere.
Il sangue, la ricchezza sono i minor suoi fregi:
Grazia, beltà, virtude fa che si laudi e pregi.
Rosa. Signor, fuor di me stessa al fortunato avviso
Trassemi, lo confesso, il giubbilo improvviso.
Felicità sì grande non merita il mio cuore:
Dal ciel lo riconosco, e poi dal vostro amore.
Eppur, chi il crederebbe? scemar il mio contento
Potrà della germana l’invidioso talento.
Riccardo. Questa virtù mi piace, che di bell’alma è un segno.
Rosa. Preveggo le sue smanie, preveggo il suo disdegno.
Quasi rinunzierei, se delirar la vedo...
Riccardo. Basta così, nipote; tanta virtù non chiedo.