Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/401

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LA VEDOVA SPIRITOSA 393

Sa ben che non conviene a lui tal libertà.

Ferramondo. Io sono un galantuomo che sa i doveri suoi,
Nè vo’ le convenienze apprendere da voi.
Anselmo. Signore, ed io son uno che con amor sincero
Dico liberamente a chi mi ascolta il vero.
Si lascian star le donne che son nel proprio tetto,
E non si va a tentarle. Sia detto con rispetto.
Ferramondo. Chi sei tu, che pretendi di farmi il correttore,
Zelante inopportuno, famelico impostore?
Vieni a ostentare, ingordo, la tua dottrina immensa
In casa di don Berto, per guadagnar la mensa?
O pur ribaldo ascondi sotto mentita pelle
D’agnello il cor di lupo, per insidiar donzelle?
L’uno o l’altro pensiero ravvolge il tuo talento,
Poichè senza ragione moralizzar ti sento.
Un cavalier che visita donna civile, onesta,
Dà un segno di rispetto, amor non manifesta;
E chi sospetta a torto degli andamenti altrui,
Fa veder che la colpa ha le radici in lui.
Don Berto è un uom dabbene, egli ti crede, il vedo;
Io che son uom di mondo, a un impostor non credo.
Isidoro. (Beva quel sciropetto). (da sè)
Berto.  (Dite delle ragioni).
(piano a don Anselmo)
Anselmo. (Per umiltà sto zitto). (piano a don Berto)
  Il ciel ve lo perdoni.
(a don Ferramondo, e parte)

SCENA VIII.

Don Berto, don Isidoro e don Ferramondo.

Berto. (Non so cos’abbia a credere). (da sè)

Ferramondo.  Del detto io non mi pento;
S’ei tace e si avvilisce, più forte è l’argomento.