Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/493

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LA VEDOVA SPIRITOSA 485

SCENA XXII.

Donna Placida e don Ferramondo.

Ferramondo. Che ha don Sigismondo, che lo agita in cotal modo?

Placida. Combattono nel di lui seno e l’amore, e lo sdegno. Pare che egli desideri donna Luigia in consorte, non so se per vero amore, o per una specie d’impegno, poichè appena si può dire l’abbia egli veduta, smania e freme, temendo che un rivale gliela contenda.

Ferramondo. Che dice donna Luigia?

Placida. Ella vorrebbe fare la vergognosa, ma niente più desidera che maritarsi.

Ferramondo. Voi in ciò le siete favorevole, o pur contraria?

Placida. Io anzi procuro quanto posso sollecitar le sue nozze.

Ferramondo. Dunque, per quel ch’io sento, lo stato coniugale a voi rassembra il migliore?

Placida. Certo, lo sposo è un bene, per chi non l’ha ancora provato.

Ferramondo. E per voi che lo provaste, giudicate lo sposo un male?

Placida. So che la libertade è il maggior tesoro di questo mondo.

Ferramondo. Spiacemi, donna Placida, che abbiate fissata in cuore cotesta massima, spiacemi che divenuta siate nemica d’amore. Lo sapete, che io v’amo. Sperai fra i riposi di Marte trovare in voi le grazie del dio Cupido; ma poichè veggovi risoluta di non legarvi, nello stato libero in cui vi vedo, vi servirò eternamente.

Placida. Signore, io ho giurato di restar libera in sin ch’io viva.

Ferramondo. Si può dunque sperare, che amore vi riscaldi il seno?

Placida. Chi sa ch’io non mi senta un giorno accendere a mio dispetto?

Ferramondo. Quando è così, ripiglia il mio cuore i dritti suoi e le sue speranze.