Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/209

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L'APATISTA 201

Contento del mio stato viver potei finora;

Potrei senza i suoi beni viver contento ancora.
Paolino. La contessa Lavinia, che a voi fu destinata
Dallo zio per consorte, da voi non è curata?
Cavaliere. La venero, la stimo, di soddisfare io bramo
Dello zio l’intenzione, ma per dir ver, non l’amo.
Paolino. Ma se voi di marito non date a lei la fede,
Ella dal testatore vien dichiarata erede.
Cavaliere. Questa minaccia orribile non giunge a spaventarmi.
Come non mi spaventa l’idea d’accompagnarmi.
Darò alla Contessina forse la mano e il core.
Ma violentar non voglio l’indifferente amore.
Paolino. (Buon per me, ch’ei negasse di acconsentire al nodo.
Di conseguir Lavinia mi si offrirebbe il modo). (da sè)
Pigliereste una donna senza provarne affetto?
Cavaliere. L’amerei per dovere, se non per mio diletto.
Esser potrà sicura, ch’io non farolle un torto,
Ma per amor non speri vedermi a cascar morto.
Di me sarà contenta, se bastale la fede.
Paolino. Eh, la donna, signore, altro dall’uom richiede.
Sollecita agli amplessi, quel ch’ella brama, io so.
Cavaliere. Io non mi vo’ confondere, farò quel che potrò.
Paolino. (L’amore e l’amicizia guerra mi fan nel seno.
Alla passion che agita, ponga ragione il freno). (da sè)

SCENA ii.
Fabrizio e detti.

Fabrizio. Signore, in questo punto venuto è a tutta briglia

Il conte Policastro e la Contessa figlia.
Cavaliere. Da me? che stravaganza?
Paolino.  (Oh incontro periglioso!)
(da sè)
Cavaliere. Vengano, son padroni. (a Fabrizio, che parte)
Paolino. (Stiasi il dolore ascoso). (da sè)