Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/210

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
202 ATTO PRIMO

Cavaliere. Dacchè morto è lo zio, non li ho veduti ancora.

Il padre a qual motivo venir colla signora?
Paolino. Questo è un segno di stima.
Cavaliere.  È ver, ma ciò non si usa.
Paolino. Il sangue, la campagna, gli può servir di scusa.
Cavaliere. Sentiam che cosa dicono la figlia e il genitore.
Paolino. In simile sorpresa cosa vi dice il cuore?
Cavaliere. Il cuor non mi predice nulla di stravagante;
Più volte la Contessa veduta ho nel sembiante,
E con l’indifferenza con cui l’ho già veduta,
Spero di rivederla in casa mia venuta.
Paolino. Ora vi si presenta con titolo specioso.
Cavaliere. Che vuol dir?
Paolino.  Come sposa dinanzi al caro sposo.
Cavaliere. Il titolo di sposo ancor non accettai.
Paolino. (Prego il cielo di cuore, che non l’accetti mai). (da sè)

SCENA III.
Il Conte Policastro, la Contessa Lavinia e detti.

Paolino. Eccoli per l’appunto.

Contessa.  Schiavo di lor signori.
Cavaliere. Riverente m’inchino: che grazie, che favori
Impartiti mi vengono con generoso cuore
Da una dama compita, da un sì gentil signore?
Conte. L’amore ed il rispetto... anzi le brame nostre...
Fate voi, Contessina, le mie parti e le vostre.
Contessa. Alla città tornando, siamo di qui passati;
Riposano i cavalli dal corso affaticati,
E di fermarci un poco l’agio da voi si spera.
Cavaliere. (Quanto cortese è il padre, tanto la figlia è altera).
(da sè)
Contessa. (Temo che don Paolino disturbi il mio disegno). (da sè)
Paolino. (La Contessa è confusa). (da sè)
Conte.  (Sono in un doppio impegno).
(da sè)