Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/211

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

L'APATISTA 203

Cavaliere. Sia qualunque il motivo che trattener vi sproni,

Casa mia è casa vostra, di lei vi fo padroni.
Ehi, da seder. (i servitori recano le sedie)
Conte.  Signore, venuti a ritrovarvi
Siamo per desiderio... (al Cavaliere)
Contessa.  Non già d’incomodarvi.
(al Cavaliere)
Ma trapassando, a caso, ci siam fermati qui.
Non è vero, signore? (al Conte)
Conte.  Bene; sarà così.
Paolino. Perdon (se troppo ardisco) alla Contessa io chiedo;
Che opera sia del caso il suo venir non credo.
E il Cavaliere istesso, benchè di creder finga,
Di una cagion più bella l’animo suo lusinga.
Cavaliere. Senza ragione, amico, voi giudicate al certo.
So ben che una finezza, so che un favor non merto.
Senza fatica alcuna da me son persuaso,
Che abbia qui trattenuta questa damina il caso.
Conte. Non signor, per parlarvi con tutta verità...
Contessa. Di veder questo Feudo s’avea curiosità.
Il zio del Cavaliere, ch’era mio zio non meno,
So che piacer vi prese, so che l’ha reso ameno.
Parlar delle fontane, parlar de’ bei giardini.
Ho più volte sentito ancor ne’ miei confini.
Bramai con tale incontro veder le cose udite.
Ditel voi, non è vero? (al Conte)
Conte.  Sarà come voi dite.
Paolino. Ma delle tante cose degne d’ammirazione
Veder non desiate anche il gentil padrone? (alla Contessa)
Cavaliere. Qual brama aver potrebbe la nobile fanciulla
Di veder un che al mondo conta sì poco, o nulla?
Parlar di tai delizie avrà sentito assai;
Non avrà di me inteso a favellar giammai.
Poco son io sociabile, vivo al rumor lontano.
Scarsissimo di mente, filosofo un po’ strano;