Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/261

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L'APATISTA 253

Cavaliere.  Che temete? (ritirandosi)

Giacinto.  Io? Non ho alcun timore.
(mostrandosi intrepido)
Cavaliere. Di me siete sicuro. Pericolo non c’è...
Giacinto. Lasciam questi discorsi. La Contessa dov’è?
Cavaliere. Volete ch’io la chiami?
Giacinto.  Questo è quel che mi preme.
Cavaliere. Ora verrà, ma in prima vuò che parliamo insieme.
Giacinto. Sopra che?
Cavaliere.  Sopra il modo, con cui trattar dovete
I sponsali con essa. Favorite, sedete.
Giacinto. Non occorre.
Cavaliere.  Vi prego.
Giacinto.  Sto bene.
Cavaliere.  Favorite.
Vi spiccio in due parole.
Giacinto.  Ehi, di qua non partite.
(agli uomini, e siede)
Cavaliere. Restino, che ho piacere. Sedete, buona gente,
Ma vedervi non voglio star lì senza far niente.
Chi è di là? (chiama i servitori)
Giacinto.  Cos’è questo? (si alza timoroso)
Cavaliere.  Signor, non dubitate.
Presto, a quel galantuomini da merendar portate.
(ai servi)
(I servitori vanno e vengono portando pane, vino, prosciutto, formaggio, e preparano un tavolino. Gli armati si preparano per mangiare, e posano le loro armi.)
Giacinto. Non posate le armi. (agli uomini, che non gli badano)
Cavaliere.  Quivi che n’han da fare?
Siete in casa d’amici. Lasciateli mangiare.
Preparato ho a quegli uomini un po’ di colazione.
In grazia del rispetto che ho per il lor padrone.
Ma del padrone in faccia è troppa inciviltà;
Passino in altro loco a star con libertà.