Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/270

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262 ATTO QUINTO

In mezzo a’ miei sospiri fu delirar sentito.

Penai barbaramente, penai, ve lo confesso,
Nel periglio di perdervi ad un rivale appresso;
Ma sperai superarmi colla ragion per guida,
E vi credei, spietata, all’amor mio più fida.
Or che vi scopro appieno ingrata all’amor mio.
Or che il dover scordate, perdo il rossore anch’io.
Datevi ad uno in braccio, che amor non vi promette;
Il vostro pentimento farà le mie vendette.
E piangerete un giorno quel core abbandonato,
Che vi amò dolcemente, che non avete amato.
Ah sì, che voi mi amaste, sì, che mi amaste un giorno:
Vidi d’amore i segni in quel bel viso adorno;
Ma oimè, che quelle luci meco non fur le stesse,
Dacchè sacrificaste l’amore all’interesse.
Qual bene aver sperate dalle ricchezze al mondo,
Se un dolce amor non penetra del vostro cuore il fondo?
Ah Contessa, Contessa, vi torneranno in mente
I rimproveri un giorno di un amator dolente;
E tardi, e fuor di tempo, piena di un tetro orrore,
Direte fra voi stessa: Fosti pur dolce amore!
Deh soffrite con pace gli ultimi accenti miei,
Finchè libera siete, sono i sospir men rei.
Sposa di un mio rivale, non mi vedrete in viso;
Eternamente il fato vuolmi da voi diviso.
Ma nell’estremo istante non mi negate almeno,
Che sollevare io possa con questo pianto il seno.
Contessa. Oimè, qual duro peso premer mi sento al cuore!
Mi si abbaglian le luci. (si getta sopra una sedia)
Paolino.  (Deh non tradirmi, amore).
Se una scintilla ancora, bella, del primo foco
Arde nel vostro seno, fede, costanza invoco.
Cresca l’ardor sepolto, cresca la fiamma a segno,
Che pietà mi conceda, se son d’amore indegno.
Contessa. (Ah, resister non posso). (si copre col fazzoletto)