Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/341

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LA DONNA BIZZARRA 333

Chiara la bontà vostra mi parve a più d’un segno;

Vengo, e insultar mi sento, ed a trattar con sdegno.
Ma via, dell’ira vostra lo sfogo io non condanno.
Spero che questo sia per me l’ultimo affanno;
E che veggendo alfine, che a voi fedele io sono,
A me del vostro cuore voi mi farete un dono.
Contessa. Martorino.
Martorino.  Signora.
Contessa.  Cerca don Armidoro.
Digli che da me venga.
Capitano.  (Di rabbia io mi divoro).
Contessa. E il cavaliere Ascanio, se non è ancor partito.
Digli che si trattenga.
Martorino.  Sarà il cenno obbedito. (parte)
Capitano. Per carità, signora, di coltivar lasciate....
Contessa. Cosa vorreste dire? Voi non mi comandate.
Capitano. È ver, non vi comando; in ciò ragione avete,
Ma a questa condizione servir non mi vedrete.
Vi leverò l’incomodo. (in atto di partire)
Contessa.  Che cavalier sgarbato!
Di che mai vi dolete? vi ho forse licenziato?
Cosa sapete voi, quei due che ho nominati,
Da me con tal premura perchè sian ricercati?
Eh capitan carissimo, o io non so spiegarmi,
O voi fìngete il sordo solo per tormentarmi.
Capitano. Deh l’ignoranza mia, signora, perdonate.
Certo non vi capisco, fin che così parlate.
Contessa. Se di voi mi fidassi, vi parlerei più chiaro.
Capitano. Questo dubbio importuno troppo mi riesce amaro.
Perchè della mia stima il vostro cuor sia certo,
Non bastavi, Contessa, quel che ho finor sofferto?
Io che son per costume fervido, intollerante,
No, non sarei tornato, se non vi fossi amante.
Vi amo teneramente; quel che non ho più detto,
Vi dirò francamente, ardo per voi d’affetto.