Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/38

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30 ATTO PRIMO

Calmar donna Isabella or sia l’impegno nostro;

Scemerà il suo dolore, se moderate il vostro.
Fernando. Ah sì, tutti i miei sforzi farò per consolarla.
Povera figlia mia! Mandiamo ad invitarla.
Vanne a donna Isabella, sappia ch’io qui la bramo.
(a Beltrame, che parte)
L’amai teneramente, or con più forza io l’amo;
E della cara sposa la perdita sopporto,
Trovando in questa figlia la pace ed il conforto.
Luigi. Ella merita in vero di un genitor l’affetto.
Pieno ha il cor di virtude, e di dolcezza il petto.
Fernando. È ver: donna Isabella è saggia ed amorosa.
Indegna non mi sembra di essere vostra sposa.
Luigi. Signor, con tal compagna sarei lieto e felice;
Ma ancor tanta fortuna sperare a me non lice.
L’amo teneramente, quanto amar si può mai;
Amor di lei mi accese dal dì ch’io la mirai.
Misero me, che tardi tornato in questo regno.
Piansi con altra donna il già contratto impegno.
Vi confidai l’arcano che mi agita e mi affanna:
Vi è noto ch’io promisi sposar donna Marianna.
Dama povera, è vero, orfana Messinese,
Che nell’età mia tenera del primo amor mi accese.
Misero! non avessi Messina unqua veduta.
Che non avrei sì presto la libertà perduta.
Poteva il padre mio, là a comandare inviato.
Avermi fra i congiunti in Napoli lasciato.
Quante sventure unite! la vita il genitore
Perduta ha in quel governo, ed io perduto ho il cuore.
Fernando. Di rendervi giulivo più differir non voglio.
La libertà perduta vi rendo in questo foglio.
Obbediente la figlia al zio che le comanda,
Rinunzia ad ogn’impegno, lo scritto vi rimanda.
Ed io, per lor mercede, procurerò di cuore
Ch ella sia fatta sposa, ed ei governatore.