Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/415

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LA DONNA DI GOVERNO 407

Rosina. Già, sempre mi mortifica.

(mettendosi il fazzoletto agli occhi)
Giuseppina.  Parla per nostro bene.
(a Rosina)
Dorotea. Non la posso soffrire. Da piangere vi viene?
(alzandosi bel bello)
Piange la bambinella? l’hanno mortificata?
(deridendola)
Rosina. Tutti di me si burlano. Sono pur sfortunata.
(piangendo parte)

SCENA III.
Dorotea e Giuseppina.

Dorotea. S’ella fosse mia figlia, le darei tante botte,

Che vorrei le restassero i segni in sulle gotte.
Giuseppina. Qualche volta, credetelo, anch’io m’arrabbierei.
Mi getterei nel fiume, s’io fossi come lei.
Ma lasciam ch’ella dica, e ritroviamo il modo
Di troncar, s’è possibile, di questo gruppo il nodo.
Dorotea. Chiamatela costei, sentiam cosa sa dire.
Giuseppina. S’io la mando a chiamare, non ci vorrà venire.
E poi, quand’ella venga, inutile si rende
L’accusa e la minaccia, se il vecchio la difende.
Dorotea. E il vecchio ove si trova?
Giuseppina.  È fuor di casa ancora.
Dorotea. Aspetterò ch’ei venga, farò sentirmi or ora.
Giuseppina. Ma frattemto ch’ei viene, fra noi pensiamo un poco
La maniera di farmi uscir di questo loco.
Dorotea. Maritatevi.
Giuseppina.  Come?
Dorotea.  Siete pure sguaiata.
Pare che non si sappia che siete innamorata.
Giuseppina. Bene, signora zia, voi potreste aiutarmi,
Ma si potrebbe ancora lasciar di strapazzarmi.