Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/423

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LA DONNA DI GOVERNO 415

Giuseppina.  Che s’ha da far?

Fulgenzio.  Ch’io vada?
Valentina. Per or non vi consiglio di andar per quella strada.
Se v’incontra, è finita.
Fulgenzio.  Vi vuol temperamento.
Valentina. Vi potete nascondere nel!’altro appartamento.
Fulgenzio. E poi?
Valentina.  Lasciate fare.
Giuseppina.  Fidiamoci di lei.
Dorotea. Via, stolido. (spingendolo verso l’altra camera)
Fulgenzio.  Obbligato. (passa nell’altra camera)
Valentina.  (Questa volta ci sei), (da sè)
Giuseppina. Valentina, mi fido.
Valentina.  Sì, fidatevi pure.
Dorotea. Non ci fate la bestia.
Valentina.  Oh, ponno star sicure.

SCENA VI.
Fabrizio, Giuseppina, Dorotea, Valentina.

Fabrizio. Dove diavolo siete?

Giuseppina.  Siam qui, signore zio.
Fabrizio. Anche voi, mia signora? (a Dorotea, con sdegno)
Dorotea.  Certo, ci sono anch’io.
Fabrizio. Non potreste far grazia d’andarvene di qua?
Dorotea. Che maniera incivile! che bella asinità!
Fabrizio. Oh cospetto del diavolo!
Dorotea.  Corpo di satanasso!
Fabrizio. Che ardir!
Dorotea.  Che petulanza!
Valentina.  Cos’è questo fracasso?
(con autorità)
State zitto, signore. (a Fabrizio)
Fabrizio.  Codesta è un’insolenza.
Valentina. Io non vo’ che si gridi.