Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/447

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LA DONNA DI GOVERNO 439

Giuseppina.  Ma fatto non sarà.

Fulgenzio. Ecco qui la sorella.
Giuseppina.  Se è ver, mi sentirà.

SCENA IV.
Dorotea, Rosina e detti.

Dorotea. Eccola la sfacciata, ecco l’impertinente.

Giuseppina. Come, sorella ingrata, si fa senza dir niente?
Rosina. Oh, questa sì ch’è bella! Se me lo voglion dare,
Se dicono che il prenda, non me l’ho da pigliare?
Giuseppina. Siete sposata adunque.
Rosina.  Sposata? Io non lo so.
Fulgenzio. Non faceste la scritta?
Rosina.  La scritta? Signor no.
Giuseppina. Ma non venne il notaro?
Rosina.  Per me non è venuto.
Dorotea. Ha sottoscritto il vecchio?
Rosina.  Il zio non l’ho veduto.
Giuseppina. Chi ha fatto il matrimonio?
Rosina.  Vi dirò come è stata.
La donna di governo mi ha in camera chiamata.
Vi era il signor Ippolito. Mi ha detto qualche cosa.
Mi ha detto, se di lui voleva esser la sposa.
Mi vergognai da prima, sentendo a dir così.
Ma poi...
Dorotea.  Che avete fatto?
Rosina.  Ma poi dissi di sì.
Giuseppina. E si fece il contratto.
Rosina.  Non si fece niente.
Giuseppina. Vi erano testimoni?
Rosina.  Non vi era alcun presente.
Giuseppina. Che dite di notaro? Che dite di contratto? (a Fulgenzio)
Fulgenzio. Disse il signor Fabrizio, che il matrimonio è fatto.
Giuseppina. Sentite? (a Rosina)