Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/555

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LA SPOSA SAGACE 547

Petronilla. Dunque della ragione qualcun vi avrà informato.

Policarpio. Sì, di certa ragione son stato illuminato.
Il Duca, poverino, invano or la pretende.
Petronilla. Dunque l’avrà quell’altro.
Policarpio.  Quell’altro, ci si intende.
Petronilla. Signor, non vel diceva? Oh, io non fallo mai.
Quando dico una cosa.
Policarpio.  Oh, ne sapete assai.
Petronilla. Par che mi corbelliate, signor sposo garbato.
Policarpio. Corbellarvi? pensate. Sono io il corbellato.
Petronilla. Chiamiamo donna Barbara, facciam che si disponga.
Chi è di là? questa volta è van ch’ella si opponga.
Policarpio. No no, non vi è pericolo. Or mi sovviene a un tratto,
Ch’ella ha detto più volte: quello ch’è fatto, è fatto.
Petronilla. Che vuol dir?

SCENA XII.
Moschino e detti.

Moschino.  Mi comandi.

Petronilla.  Dov’è la di lui figlia?
(a Moschino, accennando don Policarpio)
Moschino. E di là nella camera, che parla e si consiglia.
Petronilla. Con chi?
Moschino.  Con tre signori che hanno pranzato qua.
Petronilla. Ci hanno dunque aspettato? Ci ho gusto in verità.
Chiamate donna Barbara, e dite al Cavaliere,
Ma che gli altri non sentano, che lo vorrei vedere.
(Moschino parte)
Ho piacer che vi siano i cavalieri ancora.
Per altro mi stupisco di codesta signora.
Che senza il genitore, e senza ch’io ci sia,
Ardisca con tre giovani star sola in compagnia.
Star lì senza custodia è una temerità.
Policarpio. Eh, vi sarà qualcuno che la custodirà.