Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/558

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550 ATTO QUINTO

Duca.  La può pigliare il Conte.

Policarpio. (Oh! ci siamo davvero). (da sè)
Conte. Signora, io non ardisco,
Ma la pietà mi move; se mi vuol, mi esibisco.
Barbara. No no, ch’io pigli il Conte, pericolo non c’è.
Policarpio. No no? Signora, adesso tocca parlare a me.
No no, non voglio il Conte? no no, diceste allora
Ch’egli è venuto in casa in questa notte ancora?
Quando che vi ha parlato, e quando vi sposò,
Ditemi, sfacciatella, diceste a lui no no?
Petronilla. Come! sposa in segreto? faceste un simil tratto?
Barbara. Non mi mortificate. Quello ch’è fatto, è fatto.
(con affettata modestia)
A voi chiedo perdono. Lo chiedo al genitore.
Commesso ho un mancamento. Lo dico a mio rossore.
Punitemi, che il merto; ma pria che mi punite,
Pria che mi condannate, le mie discolpe udite.
Se il cuor d’una matrigna....
Petronilla.  Altro sentir non voglio.
Ho capito abbastanza, conosco il vostro orgoglio.
Ite pur collo sposo dove vi guida il fato.
Se vi perdona il padre, per me vi ho perdonato.
Barbara. Dalla bontade vostra posso sperar, signore?...
(a don Policarpio)
Conte. Vostra figlia è consorte d’un cavalier d’onore.
Policarpio. È ver, non so che dire. Mia figlia ha fatto male,
Ma io, per dir il vero, son stato un animale;
Che dovea maritarla sino dal primo dì.
Ma la signora moglie...
Petronilla.  Orsù, basta così, (a don Policarpio)
Cavalieri, vi aspetto alla conversazione.
Non avrem quest’impiccio.
Duca.  Con vostra permissione.
Vi stimo, vi protesto tutti gli ossequi miei;
Ma se ho da dirvi il vero, io ci venia per lei.