Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/74

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66 ATTO QUARTO

Fabrizio. Andiam, tutto il progetto vi dirò a parte, a parte.

Basta che mi accordiate danaro e protezione.
Cavaliere. Tutto avrai ciò che brami. (parte)
Fabrizio.  Conosco il mio padrone.
Lo so che all’occasioni prodigo sempre fu.
Se or non mi faccio un abito, non me lo faccio più.
(parte)

SCENA II.

Il Principe don Fernando, il Duca don Luigi e Beltrame.

Luigi. Che fa in questi contorni il Cavaliere audace?

Fernando. Figlio, vorrei vedervi a procacciar la pace.
Il sospettar mai sempre di cosa indifferente,
È un mal che non si sradica dal cuor sì facilmente.
Se ora il german vedeste, qual dubbietà vi affanna?
Luigi. Dubito ch’ei pretenda veder donna Marianna.
Ecco colà l’albergo dov’ella è ricovrata.
Fernando. Quivi? non mi era noto. Mandiamle un’imbasciata.
Luigi. Entrate pur, signore, l’ho fatto a lei sapere:
Potrà alle di lei stanze condurvi il cameriere.
Fernando. Duca, passar potete in Corte, o in altro loco.
Potria l’aspetto vostro moltiplicare il foco.
Condursi è necessario con il più dolce impegno
Con femmina focosa, che è facile allo sdegno.
Luigi. Talor rassembra umile, fiera talor si mostra;
Reggere la saprete colla prudenza vostra.
Salvatemi l’onore, senza arrischiar l’affetto:
Son nelle vostre mani. La mia sentenza aspetto.
Fernando. Ogni possibil arte di adoperar m’impegno
Per superar gli ostacoli di un femminile ingegno.
Io vi confesso il vero, andrei con men timori
A trattar di una pace con dieci ambasciatori.
Ma la cara Isabella, che nel cuor mio ragiona,
Per renderla felice a faticar mi sprona.
(entra in casa, seguito da Beltrame)