Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/96

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88 ATTO QUINTO

Vuole adombrare il vero, vuol l’innocenza oppressa.

Mi riconosca almeno la tenera famiglia.
Codesta, il cuor mel dice, codesta è la mia figlia.
Deh consolate un padre; deh consolate un sposo;
Che se partito è ingrato, a voi torna amoroso.
(Donna Placida e donna Isabella vogliono avanzare per abbracciar don Roberto.
Placida. Ah, il cuor me ne assicura, e il cuor non può mentire.
Fernando. Trattenetevi, donne: il ver si ha da scoprire.
Chi è di voi l’onorato, ha da soffrir l’affronto.
Ambi in carcere andrete.
Roberto.  Vadasi pur, son pronto.
Pasquale. Come! mi maraviglio, non mandasi prigione
Un capitan mio pari. Vi andrà quel lazzarone.
Fabrizio. (Vanne per poco almeno, ch’io ti difenderò).
Pasquale. (In carcere, Fabrizio, per bacco, non ci vo).
Luigi. Voi, che con un di loro giunta in Napoli siete,
Qual sia di questi due conoscere potrete.
(a donna Marianna)
Roberto. Ebbi con voi l’onore di essere accompagnato.
Pasquale. Con voi, signora mia, non mi sono imbarcato?
Marianna. Avanzati, Paolina.
Paolina.  Eccomi qui, signora.
Marianna. A scioglier quest’inganno aiutami tu ancora.
Pasquale. (Amico, siam perduti). (a Fabrizio)
Fabrizio.  (Anch’io molto ne temo).
Pasquale. (Subito il capitano sia condannato a un remo).
Marianna. Quel ch’è con noi venuto, contentisi narrare
La seconda borrasca che si è sofferta in mare.
Pasquale. (Cosa ho da dire?) (a Fabrizio)
Fabrizio.  (Inventati). (a Pasquale)
Pasquale.  (Se in inventar m’imbroglio,
In mezzo alla borrasca vo a rompere in un scoglio).
Roberto. Dirò, per compiacervi, che appena si è salpato
Dal porto di Messina, il mare si è turbato.