Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/168

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Felice. (Comodeve).

(a Marinella, e parte)
Marinetta. Che el diga, caro sior, cossa gh’alo con mi?
Ferdinando. Vi par che i galantuomini si burlino così?
Marinetta. Chi lo burla?
Ferdinando. Che forse voi vi siete scordata
Di quel che mi diceste al caffè mascherata?
Marinetta. Come m’alo scoverto?
Ferdinando. Mi domandate il come?
Non vi dovea conoscere, se mi diceste il nome?
Marinetta. Mi gh’ho dito el mio nome?
Ferdinando. Oh bella in verità!
Voi stessa, e mi sapeste mandar di là da stra.
Marinetta. Sior Ferdinando caro, questa xe una bulada?
In maschera al caffè, xe vero, ghe son stada.
Ho parla anca con elo, ho sentio d’un biglietto.
Ch’aveva per desgrazia un certo galanetto.
In grazia della mascara m’ho tolto confidenza.
Ma no gh’ho dito el nome, nè gnanca sta insolenza.
Anzi, perchè in tei viso noi me vedesse, el sa
Che el caffè in te la chiccara scampando gh’ho lassa.
E che finzendo de esser femena maridada.
Del mano col pretesto, son dal caffè scampada.
Ferdinando. Oh ciel, voi siete quella.... dunque l’altra non siete...
Or conosco il vestito. Sì, che ragione avete.
Prima venner due maschere, per verità compite.
Poi altre due ne vennero, più risolute e ardite.
Avean lo stesso nastro, come le prime al petto;
E. che avea il vostro nome, una di quelle ha detto.
Marinetta. Sior? le ha finto el mio nome? Zitto, le trovo adesso.
Un galan co fa questo? (mostra il nastro)
Ferdinando. Par quel galano istesso.
Marinetta. Certo un galan conapagno gh’ho dà mi stamattina.
Le xe eie senz’altro. Lucietta con Bettina.
Ferdinando. Lucietta colla figlia?