Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/169

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Marinetta. Ghel digo, in verità.

Ferdinando. Han ragion di mandarmi dunque di là da stra.
Marinetta. Perchè?
Ferdinando. Non conoscendole, ho detto che Lucietta
Mi pareva insoffribile, e l’altra una fraschetta.
Marinetta. Bravo, bravo dasseno. Gh’ho gusto; tolè su.
Ferdinando. Cospetto! colle maschere non vo’ parlar mai più.
Marinetta. Cossa gh’importa a elo d’averle desgustae?
Se el gh’ha dito sta cosse, le se le ha meritae.
Ferdinando. Voi però niente meno di me prendeste gioco.
Marinetta. No ghe xe mal, l’ho fatto per devertirme un poco.
E circa a quel biglietto, no la creda che el sia
Ne tutto verità, nè tutto una busia.
Ferdinando. Parlate voi di questo? (mostra il ciglietto)
Marinetta. Sior sì, parlo de quello.
Ferdinando. Tanto brutta è chi scrisse, quanto il viglietto è bello.
Marinetta. Cussi, co sto disprezzo la parla in fazza mia?
Dove ha ditto Lucietta, debotto el mandaria.
Ferdinando. Vi par che sia vezzosa la signora Silvestra.^
Marinetta. Ah, el parla de mia àmia! La xe un’altra manestra.
Ferdinando. Non fu lei che lo scrisse?
Marinetta. Certo, è la verità.
Ma se la vecchia ha scritto, qualcun ghe l’ha detta.
Ferdinando. Per altro i sentimenti saranno suoi.
Marinetta. Noi credo.
(vezzosamente)
Ferdinando. Son vostri? (vezzosamente)
Marinetta. No so gnente.
Ferdinando. Sì, sono vostri, il vedo.
Ah, se creder potessi sincero un simil foglio.
Quanto sarei contento! Ma disperar non voglio.
Una giovine onesta che unisce alla beltà
I doni dello spirito, no che ingannar non sa.
Appena vi ho veduta, voi mi piaceste tanto,
Che parvemi d’amore un prodigioso incanto.