Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/222

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Felicita. (Che glielo abbia donato lui?) (rome sopra)

Costanza. (Sì certo. Sul festino ier sera). (come sopra)

Felicita. (State zitta, che ce lo godremo). (come sopra)

Dorotea. Signore, se avete dei segreti, ce ne andremo.

Costanza. Compatite; abbiamo un piccolo interessuccio.

Dorotea. (Non vorrei che si accorgessero dell’anello. Ha fatto) male Pasquina a farlo vedere).

Felicita. Via, se si ha da andare, andiamo.

Pasquina. Noi vogliamo passare dal gioielliere.

Costanza. Bene; e noi vi attenderemo ai caffè.

Pasquina. Al caffè dell’Aquila?

Costanza. Appunto.

Pasquina. Sì sì, ho piacere; può essere che ci ritroviamo il contino

Rinaldo. (parte)

Dorotea. Ehi, sentite, ve lo confido. Quali’anellino l’ha donato a mia figlia il signor Battistino, che dev’essere suo marito. Ma non voglio che si sappia, perchè non voglio che di me si dica. Lo sapete, in materia di queste cose, io sono una donna delicatissima. (parte)

SCENA X.

Costanza e Felicita.

Costanza. Che dite eh? Che buona madre?

Felicita. Che sia poi vero di quell’anello?

Costanza. Oh, gliel’ha dato il Conte, sicuro. Ne sono certissima.

Felicita. Se lo sa Battistino! E vero ch’ è un uomo di poco spirito, ma se lo sa, scommetto che l’abbandona.

Costanza. Eh, Dorotea è una donna scaltra; gliela darà ad in- tendere a modo suo.

Felicita. Ma con tutti questi nastri compagni, come sperate voi?....

Costanza. Andiamo, andiamo, che per istrada vi dirò quel ch’io penso.