Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/26

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Bigolino. Il mio padrone infatti visse finor meschino.

Lo zio sordido avaro non davagli un quattrino.
Ma inaspettatamente è morto ab intestato,
E diecimila scudi di rendita ha lasciato.
Raimondo. E dicono che in casa fossevi del grand’oro.
Bigolino. Per bacco! nello scrigno ha lasciato un tesoro.
Tante doppie ho veduto, tanti zecchini e tanti,
Tanti ducati e scudi, che non saprei dir quanti.
Tutta una notte intera in camera serrato
A numerar monete col mio padron son stato.
Quasi mi facea ridere. Il morto, poveretto.
Era insepolto ancora, ancor nel proprio letto;
E il padrone ogni tratto all’uscio si voltava.
Guardando se il defonto ancor risuscitava.
Raimondo. Quel vecchio in mezzo all’oro si è ognor tiranneggiato.
Poscia miseramente è morto, e lo ha lasciato.
Questo è il fin dell’avaro.
Bigolino. Questo è quel che succede
A chi senza alcun merto benefica un erede.
Raimondo. Far buon uso conviene dei beni della sorte.
Meglio è dar dieci in vita, che donar cento in morte.
Bigolino. Ed ei, per risparmiare, fin si astenea dal vino,
E dato non avrebbe a un povero un quattrino.
Raimondo. Dai sordidi risparmi qual h-utto ebbe l’avaro?
Leverà il signor Conte la ruggine al danaro.
Quello che ha il zio acquistato vivendo póucamente.
Consumerà il nipote scialando allegramente.
E fortunati i primi che a lui si accosteranno,
E a consumare e a spendere l’erede aiuteranno.
Bigolino carissimo, parlo per me e per voi:
i primi, i fortunati, potressimo esser noi.
Già dal destin comune non può fuggire il Conte;
A eredi di tal sorta le insidie sono pronte.
Se noi non lo facciamo, lo saprà fare un altro,
Di noi meno discreto, di noi forse più scaltro.