Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/329

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S’ella non è più vostra, l’offesa a voi non resta;

Siete da lei disciolto, e la ragione è onesta.
Marchese. No, vederla non soffro di un mio nemico in braccio.
Altro fuor che la morte non può troncare il laccio.
Muoia la traditrice, sento gridar l’onore;
Ma di vederla almeno mi suggerisce il cuore.
Fernando. Voi l’adorate ancora.
Marchese. L’amo, ve lo confesso.
Fernando. Degna vi par d’amore rea di sì nero eccesso?
Marchese. Ma se fosse innocente?
Fernando. Dunque son io mendace.
Marchese. Non può mentir piuttosto quel temerario audace?
Fernando. II colloquio è seguito.
Marchese. Quando?
Fernando. Saran due ore.
Marchese. Vicino alla mia sposa chi vide il seduttore?
Fernando. Vidi il suo turbamento; m’accorsi da’ suoi detti
Della perfida tresca.
Marchese. Sono tutti sospetti.
Fernando. Orsù, fìnor vi ho detto di tai sospetti il meno.
Voglio dell’amor vostro disingannarvi appieno.
Dopo del Conte, io stesso passai dalla Marchesa,
La ritrovai confusa, la riconobbi accesa;
Negar non mi ha saputo l’amor che nutre in petto.
Lo disse non volendo, lo disse a suo dispetto.
Ed a rimproverarla, dal zelo mio portato,
Onte, insulti, minacce contro di me ha scagliato.
Marchese. Come! voi pure ardiste entrar nelle mie soglie?
Voi lasciar vi sentiste rimproverar mia moglie?
Serbar mi consigliate silenzio in caso tale,
E voi con imprudenza faceste il maggior male?
Non so più che pensare, confuso io mi confesso.
Dubito degli amici, dubito di me stesso.
Vii non sarò, il protesto, se avrò l’error scoperto;
Ma l’enor della sposa parmi per anche incerto.