Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/330

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Fernando. Orsù, se l’amor vostro vi accieca a questo segno,

Compatitemi, amico, siete d’aiuto indegno.
Ne vi credea capace di tanta debolezza.
Vuol meritar gl’insulti chi l’onor suo disprezza.
Marchese. Troppo vi riscaldate. Lodo d’amico il zelo;
Ma dai confusi detti la verità non svelo.
Cauto l’ira eccitata saprò celare m seno.
Fin che il cuor della sposa giunga a scoprire appieno.
Di ciò non vi offendete, alfin di me si tratta;
Vano è il ritrarre il passo, quando la corsa è fatta.
Ne vo’ scagliare il colpo fin che il delitto è incerto.
Voi dell’opra amorosa, voi non perdete il merto.
Vi sarò buon amico, se il mio decoro amate;
Ma l’amor di un marito perciò non condannate.
Se rea scopro la sposa, seco sarò inclemente.
Ma non lo credo ancora, ma la desio innocente.
(si apre da sè la porta, e parte)

SCENA IV.

Don Fernando solo.

Peggio ho fatto finora, sperando di far bene;

Ma meditando inganni, poco sperar conviene.
Tuttavia non mi perdo. Fu un colpo ben pensato,
Prevenire il Marchese che in casa io sono entrato.
Se da lei, se dai servi il mio garrir si accusa.
Fu provvido consiglio il prevenir la scusa;
Che se amico mi riesce passar presso al Marchese,
Posso sperar un giorno di vendicar le offese.
Quel che d’altri più temo, è il camerier malnato,
Che con villano orgoglio la borsa ha ricusato.
Ma saprò quell’audace punir in modo tale.
Che per lui non mi possa succedere alcun male.
Prosdocimo. (chiamando)