Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/42

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Felicita. Siete assai bene istrutta ne’ punti di ragione;

Questa di don Emilio dev’essere lezione.
Ei che a sposarvi aspira, vi vuol più fortunata,
E senza tal speranza vi avrebbe abbandonata.
Livia. Lo stesso si può dire di voi, che coltivaste
L’amor di mio fratello per il ben che speraste.
Felicita. No, mal di me pensate. L’ho detto e lo ridico:
L’ho amato e l’amerei, se fosse ancor mendico.
Cento volte gli offersi la mano di consorte,
Incerta del suo stato, in dubbio di sua sorte.
E quasi bramerei vederlo sfortunato,
Per ismentir chi crede l’amore interessato. (si alza)
Livia. Non tanti eroici detti. Vi cai de’ beni suoi, (si alza)
Per rendere il suo stato più comodo per voi.
Felicita. Ciascuno altrui misura coi propri sentimenti.
Livia. Vi è chi non corrisponde coli’animo agli accenti.
Felicita. Dalle parole vostre si vede il vostro cuore.
Livia. Ed in voi l’interesse coperto è dall’amore.
Felicita. (Se in casa sua non fossi, risponderei qual merla).
(da sè)
Livia. (Se verrà don Elmilio, dirò che stiasi all’erta), (da sè)

SCENA II.

Il Conte Orazio, Onofrio e dette.

Conte. (Eccola. Mi dispiace...)

(piano ad Onofrio, vedendo donna Felicita)
Onofrio. (Ricordisi l’impegno).
(piano al Conte)
Conte. (Aspettate, facciamo le cose con ingegno), (ad Onofrio)
Felicita. (Ritorna con colui che seco ho già veduto). (da sè)
Conte. Ecconù, perdonate se tardi io son venuto.
(a donna Felicita)
Un affar mi trattenne... Livia, che avete voi? (a Livia)
Livia. Nulla.
Felicita. Sta pensierosa per gl’interessi suoi.