Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/44

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SCENA III.

Il Conte Orazio, donna Felicita e Livia Contessina.

Livia. Dite, signor fratello, quali interessi avete

In quella certa casa, dove stato ora siete?
Conte. Perchè de’ fatti miei volete esser curiosa?
Livia. Non io, donna Felicita di saperlo è ansiosa.
Felicita. E. ver, non vi nascondo di aver qualche sospetto,
Promosso unicamente dal zelo e dall’affetto.
Conte. Cosa sapete voi, dove fìnor sia stato? (a donna Felicita)
Livia. Lo sa, lo sa benissimo. Lo vide, e l’ha spiato.
Felicita. Figlia è d’amor discreto!a mia gelosa cura,
Che pensa all’amor vostro, che il vostro ben procura,
Dissimile da quello d’una germana avara.
Che un’acerrima lite vi accende e vi prepara.
Conte. Quai pretensioni avete contro un germano onesto?
(a Livia)
Livia. S’ella il principio ha detto, ella vi dica il resto, (parte)

SCENA IV.

Donna Felicita ed il Conte Orazio.

Conte. Dopo tant’anm e tanti che vissi in doghe e in pene.

Fin la germana istessa m’invidia un po’ di bene?
Che vuol? qual è il motivo, che delirar la fa?
Felicita. Dell’asse ereditano pretende la metà.
Conte. Prendasi quel ch’ è giusto, abbia quel che le piace.
Purchè goder mi lasci quel che mi resta, in pace.
Felicita. La pace è il miglior bene, ma non è poi ragione.
Onde saziar dobbiate i’ingiusta pretensione.
Abbia quel che le spetta d’eredità paterna.
La metà della dote della ragion materna.
Godasi quel di più, che le darete in dote.
Ma non è di don Pietro nè erede, ne nipote.