Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/456

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Conte. Giuseppina che fa?

Rigadon. Non so, per dirla.
Credo sarà a studiar la lezione.
Conte. Si potrebbe veder?
Rigadon. Sarà a servirla.
Conte. Permettete ch’io vada?
Rigadon. Ella è padrone;
Ma mi dispiace, che per rio destino
Troverà la famiglia in confusione.
Conte. Perchè?
Rigadon. Perchè la bestia di Tognino
Mio servitore ha fatto sì gran foco.
Che s’è accesa la canna del cammino.
E mi dispiace ch’egli è un tristo cuoco,
E il tempo passa, e affè questa mattina,
Per quel ch’i vedo, si vuol mangiar poco.
E mi rincresce per la Giuseppina,
Ch’è delicata, e se non ha buon brodo.
Non c’è dubbio che mangi, poverina.
Conte. Non si può rimediare in qualche modo?
Volete che mandiam dal pasticciere?
Rigadon. La mi farebbe un gran piacer sul sodo.
Conte. Faloppa.
Faloppa. Mio signor.
Conte. Va un po’a vedere.
Se il pastiecier può farmi un desinare. (a Faloppa)
E per quanti si avrebbe a provvedere? (a Rigadon)
Rigadon. Non vorrei che s’avesse a’incommodare.
Ma a dir la verità, questa mattina
Credo saremo dodici a mangiare.
Conte. Dodici? e perchè tanti?
Rigadon. Giuseppina
Ha voluto invitar le sue compagne,
E saran poco men di una dozzina.
Se non ha quel che vuol, s’arrabbia e piagne;