Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/502

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Madama. Amore ed Imeneo son due fratelli.

Rigadon. Non vi fidate del fratel d’un stolto.
Madama. Come fia, che l’amor stolto s’appelli,
Se la natura ha destinato al mondo
Uomini a conservar belve ed augelli?
Rigadon. Brevemente all’obbietto io vi rispondo.
Serva chi vuole al dritto di natura;
Perchè abbiam noi da soflerir tal pondo?
Madama. O legger pondo! o amabile sciagura!
O soavi martiri! o dolci pene!
O catena d’amor lieve, e non dura!
Rigadon. Sorella mia, da ridere mi viene.
Siete assai romanzesca, e chi vi sente,
Ci dirà che siam pazzi da catene.
Madama. Del nostro ragionar che sa la gente?
Parlo fra voi e me; per darvi gusto.
Parlerò dunque più trivialmente.
Signor fratello mio, parvi sia giusto
Di pensare una volta a maritarmi?
Rigadon. Ve l’avete trovato il beli’imbusto?
Madama. lo ci ho da stare, ed io vo’ soddisfarmi.
Basta che non mi abbiate a contradire.
Se la mia dote pregovi di darmi.
Rigadon. L’umido e la stagion mi fè’assordire.
Non intendo a suonar questa campèma.
Madama. Tristo è quel sordo che non vuol sentire.
Rigadon. Siete giovane assai, cara germana;
Tempo non manca da soffrire i gueii;
Un altro anno si dice alla beffana. (via)
Madama. Questa risposta me la figurèii.
Se 1 anno aspetto, che al fratel sia in grado,
Le mie calende non arrivan mai.
Fatt’ho quel che conviene al sesso e al grado;
Sola saprò col condottier Cupido
Nella valle d’amor passare il guado. (via)