Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/57

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Livia. Se di ciò vi dolete, anch’io vi do ragione;

Ma compatir dovete in lui la soggezione.
Vedendosi egli pure, qual io, sì mal curato,
Temea, se vi parlava, non essere ascoltato.
Mi fece dir stamane, ch’era di ciò pentito,
Che il ragionar con voi credea miglior partito;
Che ogni mia pretensione cedere mi consiglia.
Che brama ch’io da voi dipenda come figlia;
Che spiacegli soltanto, che siate circondato
Da gente maliziosa che invidia il vostro stato;
Che di accettar vi prega l’amor che vi esibisce,
E che da voi verrebbe, ma farlo non ardisce.
Conte. Venga liberamente. Son cavaliere umano.
Livia. Mandatelo a chiamare, è qui poco lontano.
Potete nella strada vederlo da voi stesso.
Fategli far l’invito.
Conte. Lo fo venire adesso. (parte)

SCENA II.

La Contessina Livia.

Pur troppo si è scoperto, che ogni mia pretensione

Era attaccata a un filo di debole ragione;
E cauto don Emilio crede miglior consiglio
Di evitar con prudenza di perdere il periglio.
Andar più dolcemente convien con mio germano,
Vincerlo con i modi di un trattamento umano.
L’arte usar di coloro, che sin dal primo giorno
A lui con artifizio si posero d’intorno.
Cercar d’allontanarlo dai falsi amici e rei.
Difendere i suoi beni, e migliorare i miei.