Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/66

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Conte. Colla signora madre fate conversazione? (a Riccardo)

Riccardo. Badate a’ fatti vostri. Non vogliam soggezione.
Conte. Bene; io non vi disturbo.
Riccardo. Tiratevi più in qua. (.a Brigida)
Brigida. Cosa mi comandate? (a Riccardo, accostandosi a lui)
Riccardo. Parliam con libertà.
(parlano insieme bassamente)
Conte. Quegli occhi sì furbetti sotto di quella fronte
Ammazzano coi sguardi.^ (a Rosina)
Rosina. E matto il signor Conte.
Conte. (Grazioso complimento). (da sè)
Brigida. Se mi aveste veduta!
Ma! per le mie disgrazie sono un poco svenuta.
(a Riccardo)
Riccardo. Si vedono i bei resti delle bellezze andate.
Brigida. Non andarono tutte: le meglio son restate.
Conte. Quelle guance vermiglie, quel volto si ben fatto
M’innamora, m’incanta. (a Rosina)
Rosina. Il signor Conte è matto.
Conte. Pazienza. Soffro tutto. Datemi una manina.
Rosina. Sì signor, volentieri. (gli dà la mano)
Brigida. Cosa SI fa, Rosina? (voltandosi)
Rosina. Niente.
Brigida. Niente? ho veduto. Via di là. Con chi parlo?
(alzandosi)
(Bisogna far così, per meglio innamorarlo). (da sè)
Conte. Son cavaliere onesto. A torto vi dolete. (a Brigida)
Brigida. Le mani non si toccano. (al Conte, con collera)
Riccardo. La sposerà, tacete.
Conte. Io non l’ho detto ancora.
Brigida. Ben, se la vuol sposare.
Sua madre è qui presente; saprà quel che ha da fare.
Presto, venite qua; qua da quest’altra banda, (a Rosina)
Quando una figlia piace, si parla e si domanda.
Anch’io l’ho da sapere. Fino che ho aperti gli occhi,