Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/71

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Per avergli spedita un’ imbasciata invano.

Lo prega istantemente esser da lei per poco,
E se da lei non vuole, che le destini un loco.
Era a tavola il Conte; la lettera pigliai,
Finsi a lui di recarla, la lessi e lacerai.
Ho fatto ben?
Emilio. Benissimo. Teniamolo distante
Da questa troppo scaltra pericolosa amante.
Anzi sarebbe bene ch’egli s’innamorasse
Di una civile e povera, e ch’ei se la sposasse.
Livia. Quella che ha seco a pranzo, par docile ed umile.
Povera sarà certo; non so se sia civile.
Emilio. Ecco il Conte che viene.
Livia. Le donne ove ha lasciate?
Emilio. Da lui tutto sapremo. Fingete e simulate.

SCENA II.

Il Conte Orazio e detti.

Conte. Come state, germana? Da voi erami inviato,

Della vostra salute per rilevar lo stato.
Livia. Sto meglio.
Conte. Mi rallegro. Vi avrà giovato molto,
Al mal che vi affliggeva, di don Emilio il volto.
Orsù, VI parlo schietto: ciò non cammina bene;
Le nozze questa sera concludere conviene.
Livia. Per me non mi ritiro.
Emilio. Basta che lo vogliate.
E voi, signor cognato, quando vi maritate?
Conte. Converrà ch’io lo faccia.
Emilio. Quivi testè anivato,
Credea quasi che foste promesso e maritato.
Vidi così dall uscio un pezzo di ragazza,
Che a dir la verità, mi par di buona razza.