Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/73

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SCENA III.

Il Conte Orazio, poi Bigolino.

Conte. Che sia poi don Emilio sì onesto e delicato,

Che nulla al suo legale non abbia confidato?
Per verità sarebbe delicatezza estrema:
Questo soverchio zelo fa che di lui più tema.
E il consigliar sì franco, ch’io sposi una mendica?
E Livia secondarlo, che prima era nemica?
Crediam che tai parole sian d’amicizia effetto,
Oppur siavi nascosto qualche sinistro oggetto?
Mi piace la fanciulla, ma ho dato altrui la fede.
Mi sta donna Felicita nel cuor, più che non crede.
Si lagnerà che ancora da lei non mi ha veduto.
Vadasi, e a lei si renda il solito tributo.
Ma se è ver ch’ella pure congiuri ad ingannarmi,
Con una che m’insidia, dovrò sagrificarmi?
Oh son pure confuso, son pure in dubbio stato!
Sentiam cosa sa dirmi quel celebre avvocato.
Chi è di là? VI è nessuno?
Bigolino. Son qui, signor padrone.
Conte. Quel signor venga innanzi.
Bigolino. Che vuol quel chiaccherone?
Conte. Lo conosci?
Bigolino. Il conosco. E un di quegli avvocati.
Dai quali non ricorrono che i furbi e i disperati.
Un che trovar cavilli nel suo mestier s’ingegna.
Che senza fondamento di vincere s’impegna:
Un forastier sortito non so da qual nazione,
Indegno di trattare sì nobil professione.
Conte. Come lo sai tu questo?
Bigolino. Lo so con fondamento:
Intesi, quel ch’io dico, a dir da più di cento.
Se vuole un avvocato, lo dica a me, signore;
Io li conosco tutti, gli troverò il migliore.