Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/86

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Ha fatto il conte Orazio una elezion migliore,

Ma non può dirsi il tratto da cavalier d onore.
Livia. Nelle mie stanze andate, vi prego, ad aspettarmi.
So che questa signora premura ha di parlarmi.
Tosto sarò con voi. (a Brigida e Rosina)
Brigida. Andiam, figliuola mia.
Serva di vossustrissima. (a Livia) Bondì a vossignoria.
(a donna Felicita)
Rosina. Se viene il signor Conte, ditegli che si aspetta, (a Livia)
Felicita. Povera innocentina!
Brigida. Oh invidia maledetta!
(parte con Rosina, conducendola per il braccio)

SCENA XI.

Donna Felicita e la Contessina Livia.

Livia. Eh ben, che mi comanda?

Felicita. Due volte ho supplicato
Mi favorisse il Conte, nè ancor si è incomodato.
Cosa aveva da dirgli utile ai casi sui;
Da me non è venuto, venuta io son da lui.
E ritrovando uscito di casa il cavaliere.
Parlar colla germana creduto ho mio dovere.
Se a lei reco un incomodo, la prego condonarmi.
Livia. Padrona; dica pure cos’ha da comandarmi.
Felicita. Per il tempo passato, signora, ella saprà
Ch’ ebbe il di lei fratello per me della bontà.
Che si degnò di farmi diverse confidenze
In tempo delle sue domestiche indigenze.
A lei lo posso dire, fra noi segretamente,
Giurandole che alcuno noi sa, nè saprà niente.
Per lui, per la germana, nei giorni suoi meschini.
Ebbi l’onor di dargli quattrocento zecchini.
In prestito li chiese il cavalier bennato.
Ecco la ricevuta coli’obbligo firmato.