Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/87

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IL RICCO INSIDIATO ai

Livia. Bastava per averli chiedere li facesse;
Saran restituiti, e ancor coli’interesse.
Felicita. Ecco il frutto ch’io cerco del mio danar prestato.
Bastami dir che il Conte è un cavaliere ingrato.
E tanto son discreta, condiscendente e umana.
Che bastami di dirlo in faccia alla germana.
Non faccio altre parole; son quieta, e son pagata.
Ecco sugli occhi vostri la carta lacerata.
(lacera il foglio e lo getta in terra)
Livia. Risparmiar si poteva venir nel nostro tetto
Ad isfogar, signora, la rabbia ed il dispetto.
A lei non si conviene di usarmi un’insolenza.
Di là sono aspettata. Con sua buona licenza, (parte)

SCENA Xll.

Donna Felicita, poi ONOFRIO.

Felicita. In lei rimorso interno coH’ambizion contrasta.

Ho fatto una vendetta, ma ancora non mi basta.
Onofrio. (yerso la scena)
Onofrio. Mia signora.
Felicita. E ben, riconosciute
Avete le due donne?
Onofrio. Sì certo, le ho vedute;
Son quelle per appunto, che a lei ho confidato.
Dalle quali il merlotto vuol esser trappolato.
Io, per parlar sincero, non fo che il mio mestiere:
Non ho che un matrimonio proposto al cavaliere;
E se di accreditarle tentai quel che non sono,
Parlai come sensale, e merito perdono.
Felicita. Entrare accompagnato col Conte io vi osservai.
Perciò chiamar vi feci, perciò v’interrogai.
E seguitando meco l’impegno disegnato,
Di dodici zecchini il don vi ho preparato.
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