Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/401

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IL VENTAGLIO 389

Evaristo. Via via, basta così.

Barone. È compassionevole il signor Evaristo. (a Candida)

Candida. Pare anche a me veramente. (con un poco di passione)

Geltruda. Gran cosa! non si fa che criticare le azioni altrui, e non si prende guardia alle proprie. (a Candida)

Barone. (Ecco, questi sono que’ dottoramenti ch’io non posso soffrire).

Crespino. (Povera Giannina! Quando sarà mia moglie, quel galeotto non la tormenterà più). (da sè, lavorando)

Coronato. (Sì, la voglio sposare se non fosse che per levarla da suo fratello).

Evaristo. Ebbene, signor Barone, volete che andiamo? (accostandosi a lui)

Barone. Per dirvi la verità, questa mattina non mi sento in voglia d’andar alla caccia. Sono stanco di ieri...

Evaristo. Fate come vi piace. Mi permetterete che ci vada io?

Barone. Accomodatevi. (Tanto meglio per me. Avrò comodo di tentare la mia sorte colla signora Candida).

Evaristo. Moracchio.

Moracchio. Signore.

Evaristo. Il cane ha mangiato?

Moracchio. Signor sì.

Evaristo. Prendete lo schioppo, e andiamo.

Moracchio. Vado a prenderlo subito. Tieni. (a Giannina)

Giannina. Cosa ho da tenere?

Moracchio. Tieni questo cane fin che ritorno.

Giannina. Date qui, mala grazia, (prende il cane e lo carezza; Moracchio va in casa.)

Coronato. È proprio una giovane di buon cuore. Non vedo l’ora ch’ella divenga mia. (da sè)

Crespino. Che bella grazia che ha a far carezze! Se le fa ad un cane, tanto più le farà ad un marito. (da sè)

Barone. Scavezzo.

Scavezzo. Signore. (si avanza)

Barone. Prendete questo schioppo e portatelo nella mia camera.