Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1915, XX.djvu/426

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Conte. Andate, e vi aspetto qui.

Geltruda. Mi permetta, e sono da lei. (/a riverenza) (Se il Ba-) rone dicesse davvero, sarebbe una fortuna per mia nipote. Ma dubito ch’ella sia prevenuta). (da sé, e va verso la merciaia)

Conte. Oh, io poi colla mia buona maniera faccio fare alle per- sone tutto quello che io voglio, (tira fuori il libro, si metle sulla) banchetta, e legge.

Geltruda. Candida, andiamo a fare due passi. Ho necessità di parlarvi.

Susanna. Se vogliono restar servite nel mio giardinetto, saranno in pienissima libertà. (si alzano)

Geltruda. Sì, andiamo, che sarà meglio, perchè devo tornar qui subito. (entra in bottega)

Candida. Cosa mai vorrà dirmi? Son troppo sfortunata per aspet- tarmi alcuna consolazione. (entra in bottega)

Conte. E capace di farmi star qui un’ora ad aspettarla. Manco male che ho questo libro che mi diverte. Gran bella cosa è la letteratura! Un uomo con un buon libro alla mano non è mai solo. (legge piano)

SCENA VI.

Giannina di casa, e il Conte.

Giannina. Oh via, il desinare è preparato, quando verrà quel- l’animale di Moracchio, non griderà. Nessuno mi vede; è me- glio che vada ora a portar il ventaglio alla signora Candida. Se posso darglielo senza che la zia se ne accorga, glielo do; se no, aspetterò un altro incontro.

Conte. Oh ecco Giannina. Ehi! quella giovane, (s’incammina al) palazzino.

Giannina. Signore. (dooe si trova, voltandosi)

Conte. Una parola. (la chiama a sé)

Giannina. Ci mancava quest’impiccio ora. (si avanza bel bello)