Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/145

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Roberto. (Ossewa bene la lettera) (Ah sì, pare anche a me...) Se fosse mai vero?... Se foss’ egli capace d’una simile ini- quità !) Questa non è ragione che basti per accusare mio figlio ; e voi gli fate un torto ch’egli forse non merita.

Lindoro. Oltre il carattere che si manifesta, esaminate le circo- stanze. Chi scrive è lontano dalla persona...

Roberto. Che scioccherie ! quelli che scrivono son lontani sicu- ramente.

Lindoro. Sapete quanto il signor don Flaminio ha amato un tempo Zelinda ?

Roberto. Lo so, ma dopo ch’ è maritata...

Lindoro. Sapete che Fabrizio è stato sempre il suo consigliere ?

Roberto. (Pur troppo). (Ja se)

Lindoro. V è nota la conferenza fra lui e Zelmda, il segreto, il giuramento, la parola d’onore ? in somma questa lettera tro- vata su quel tavolino...

Roberto. Non so che dire. Non so più in qual mondo mi sia. Aspettate. Chi, chi è di là? Servitori, mandatemi qui Zelinda, mandatemi qui Fabrizio se c’è. (verso la scena)

Lindoro. Siete ancor persuaso ?

Roberto. No, non sono ancor persuaso, e si ha da venir in chiaro della verità.

SCENA Vili.

Zelinda e detti.

Zelinda. Signore... che cosa mi comandate ? (a don Roberto, un poco confusa)

Lindoro. Favorisca, signora mia... (a Zelinda con sdegno)

Roberto. Tacete, lasciate parlare a me.

Zelinda. (Prevedo quello che vogliono, e ci vuol coraggio), (da sè)

Roberto. E bene, Zelinda... avete voi trovato ciò ch’ avevate perduto ? (placidamente)

Zelinda. (Eccolo), (da sè) Non signore, non l’ ho trovato. (con franchezza)