Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/165

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Lindoro. Oh via.

Mingone. Non capisco.

Lindoro. Vi capisco io.

Mingone. Di che?

Lindoro. Orsù, alle corte. Il signor don Flaminio è in città.

Mingone. In città ? (confuso)

Lindoro. Ed è venuto con voi.

Mingone. E venuto con me ?

Lindoro. E v’ ha ordinato di non parlare.

Mingone. Di non parlare ?

Lindoro. E di fingere di portargli l’ abito e la biancheria.

Mingone. Come diavolo sapete voi tutto questo ?

Lindoro. Non sapete ch’ io sono il suo segretario ?

Mingone. Ma questa cosa non l’ ha da sapere nessuno.

Lindoro. Nessuno fuori di me. Me l’ ha scritto.

Mingone. Ve l’ha scritto?

Lindoro. Sì, certo, e mi raccomando di non dir niente, e v’ av- verto di non parlare con nessuno.

Mingone. Io ? Non parlo se mi danno la corda.

Lindoro. Bravissimo, così mi piace.

Mingone. Ma... voi volevate montar in sedia con me.

Lindoro. Ho fatto per provarvi.

Mingone. Ah, ah, per provarmi ! per vedere s’ io son secreto ! bravo bravo; ah io ! O corpo di bacco! in materia di segre- tezza farei a tacere con un muto a nativiiatibus.

Lindoro. E dov’ è presentemente il signor don Flaminio ?

Mingone. Non lo so.

Lindoro. Dov’ è smontato ?

Mingone. Non ve l’ ha scritto ?

Lindoro. No ; m’ ha detto ove sarà questa sera, ma ora mi pre- merebbe infinitamente di vederlo.

Mingone. E smontato in una casa sulla piazza del Castello, ma io non so chi ci stia. (1) Veramente nel testo è ttampato: bravo; bravo ha io I ecc.