Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/166

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Lindoro. Me la sapreste insegnar questa casa ?

Mingone. Non sono molto pratico della città, ma la troveremo.

Lindoro. Prendete il vostro fagotto, e incamminatevi, che vi terrò dietro.

Mingone. V’ aspetterò all’ osteria del Biscione. Ho da riscuotere certo denaro, e poi qui non mi hanno dato nemmeno un bic- chier di vino ; ho bisogno di reficiarmi un poco.

Lindoro. Sì, andate e aspettatemi ; vi pagherò io da bevere. Ma non parlate a nessuno.

Mingone. Chi ? Io ? Puh ! Fate conto ch’ io sia una muraglia, (parte)

SCENA Ili.

Lindoro solo.

Posso sentir di più ? Può esser la cosa più chiara, più convin- cente ? Dica ora don Roberto, se può, che la lettera non è di suo figlio, e ch’ io sono un pazzo, un malizioso, un mali- gno. Questa volta l’ artifizio m’ ha servito più della collera. Seguitiamo così, finchè giunga a scoprire il gran punto, ed a far toccar con mano la verità. Mi crederanno in campagna ; non avranno alcun sospetto, alcun timore di me. Farò la ronda al luogo dov’ è smontato don Flaminio ; lascierò delle spie qui d’intorno. Vedrò chi va, chi viene, chi entra da una parte, e chi esce dall’altra. Ma ecco Zelinda. Facciamo de’ sforzi, e continuiamo a dissimulare.

SCENA IV.

Zelinda e detto.

Zelinda. Andate via, Lindoro ?

Lindoro. Sì, ve r avrà detto il signor don Roberto.

Zelinda. Me l’ha detto. RitomareteO voi presto? (I) Dialettale. Nelle edìuoni posteriori: rilomerete.